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lapitzi's (2008) wishlist
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giovedì, 03 luglio 2008, 23:10 permalink 
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parto con wu ming e luther blissett. con stella del mattino, cioè, da iniziare, e con totò, peppino e la guerra psichica 2.0 da ricominciare da capo - e incerta su quale delle due azioni intraprendere per prima. nel dubbio porto entrambi, uno in borsa e uno in valigia, e poi domani mattina si vedrà. per stasera non sono in grado di prendere decisioni. gomorra mi ha lasciato col fiato corto e un filo di senso d'oppressione, da aggiungere al senso d'oppressione che già provo a livello pubblico, da aggiungere a sua volta al senso d'oppressione privato che mi stringe la gola.

ma tant'è, e forse stasera non è il caso neanche che parli più di tanto, o che mi soffermi ancora a pensare. che serve solo a farmi sembrare tutto più buio, più chiuso, a farmi perdere tempo senza arrivare da nessuna parte.

e forse è meglio se faccio una doccia e vado a letto, sì.


postato da lapitzi | 2 commenti

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giovedì, 03 luglio 2008, 00:25 permalink 
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saliamo in metropolitana, io e le mie ultime venti pagine di gomorra. vagone semivuoto, ma con tutti i sedili occupati. mi appoggio alle staffe davanti alle porte e continuo a leggere da dove avevo lasciato scendendo dal 3.

poco più in là, in una delle file di sedili alla mia sinistra, una ragazzina si alza per far sedere una vecchietta. scambi di convenevoli, carinerie, sorrisi. grazie, grazie signorina. una scena graziosissima. probabilmente alla signora la ragazzina ricorda qualcuna delle sue nipotine universitarie, o solo le fa tenerezza tutto quel poco trucco, quel faccino piccolo sotto la frangetta scura, quel sorrisetto da topino. la tenerezza del cucciolo docile.

alla fermata dopo, il posto alla sinistra della signora si libera. la ragazza si risiede. altro scambio di battute grazioso, creanza, buon vicinato (che io non sento perché isolata dalle cuffiette).

alla fermata dopo ancora, si liberano anche i due posti alla destra della vecchietta. prologo del dramma: due zingare, in piedi davanti alla porta successiva alla mia, si aggiudicano i posti. la vecchietta inizia a perdere carineria. il suo primo provvedimento è: tirare un'immaginaria linea tangente al lato destro del suo cranio, escludere dal suo campo visivo tutto ciò che vi sta oltre (e cioè le due zingare) e, rivolgendo lo sguardo alla porzione di universo alla sinistra della linea, cercando la complicità della gente intorno, alzare insistentemente gli occhietti al cielo come per dire "ecco! proprio loro mi si dovevano sedere affianco?".

fermata successiva, la tragedia in tutta la sua portata. un tizio si alza dalla fila di sedili più vicina a me, di fronte alla vecchietta. mi guardo intorno, vedo che non è rimasto quasi nessuno in piedi, faccio per sedermi io a questo punto, ma qualcosa mi precede: la signora, ben più agile della vecchietta traballante che sembrava solo tre fermate prima, si è alzata dal suo posto e ci si è fiondata lei. con sguardo di fuoco e balzo felino, ha messo in atto il secondo e definitivo provvedimento. l'allontanamento. che 'sti zingari, meglio non averci a che fare, si sa. magari ti contagiano un alone colorato tipo quello della vecchia pubblicità sull'aids, o come quello del flagello laico della cortellesi, non sia mai.

rimango basita, scuoto la testa, mi siedo al suo vecchio posto. fra la ragazzina (che ha smesso il suo sorriso da semo-tutti-fratelli - avrei voluto girarmi e dirle hai visto?, a saperlo, io il posto non gliel'avrei ceduto) e le zingare. pianto gli occhi in faccia alla vecchietta, stringo le palpebre come per metterla a fuoco. devo avere una faccia visibilmente schifata. lei ricambia il mio sguardo con uno suo liquido e pavido, ha un'espressione a metà fra una malcelata vergogna e una specie di "embè? son fatti miei se non voglio star seduta vicino a quelle lì". tira fuori le chiavi di casa (quattro o cinque fermate prima di dove scenderà) e ci si aggrappa letteralmente, come se avesse paura che qualcuno le portasse via la sua micro-porzione di mondo. come se fossero loro due che glielo porteranno via (e non magari le banche per qualche debito vecchio di anni, o i figli quando decideranno di ficcarla in un ospizio e iniziare a dividersi l'eredità).

nelle ultime quattro fermate, alle due zingare la signora riserva ancora qualche sguardo un pò schifato e un pò impaurito. dopo un pò, mi giro e le guardo anch'io. non fanno niente. non si sono scambiate più di tre o quattro frasi dal tono blandamente stizzito. quella affianco a me si guarda il palmo della mano, la testa inclinata da un lato. e ha un'aria tanto stanca.

 

[:: ora alzatevi, spose bambine _ che è venuto il tempo di andare

con le vene celesti dei polsi _ anche oggi si va a caritare ::]

 

io, il signore mi perdoni (o chi per lui), per un attimo ho sognato un mondo libero da sguardi liquidi e pavidi come quello. da mosse inconsulte sull'onda di un terrore irrazionale. per un attimo ho sognato di prendere tutte le persone contagiate da quell'alone viola (quello sì) di ignoranza e paure assurde bevute come acqua fresca dalla tv e pregiudizi diligentemente mandati a memoria come l'avemaria, ficcarle tutte in un immenso cubo di plexiglas sigillato e spedirle su marte.


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martedì, 01 luglio 2008, 21:03 permalink 
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quindi ho abbandonato il mio telefono in assistenza, con la prospettiva di rivederlo minimo fra un mese - massimo dopo le ferie. magari lo mandano in villeggiatura. magari al mare. o magari a visitare qualche bella città d'arte, e fra un pò inizieranno ad arrivarmi le sue foto davanti ai monumenti, come il nano di amélie. però ecco, sono un pò triste. di non poter andare anch'io, innanzitutto, e di separarmene, in secondo luogo.

tristezza accresciuta dal fatto che il telefonino di ricambio, la cozza samsung trovata per terra al paese, mi ha lasciato a piedi anche lui, ed è morto che più morti ci son solo i sampietrini, e ho dovuto comprarmi il muletto. 29 euro per una roba che sembra tornar su dall'oltretomba, ma farà il suo sporco lavoro fino al ritorno del bambino.

poi ho caricato la mia musichina nuova nel lettore ma ho lasciato tutto in ufficio.

poi indulgo in pensieri poco felici su come gira che ti rigira il più pulito ci ha la rogna.

poi arrivo a metà post e mi mancano le parole, e anche i concetti, e quando fa 'sto caldo le azioni e i pensieri e le intenzioni ti si bloccano a fluttuare a mezz'aria tipo come - come - così, ecco --

[-- ma nondimeno continuo a preferirlo al gelo finto dei condizionatori.]

pedalo? pedalo, và. meglio.

[ascoltando lui.]

 


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martedì, 01 luglio 2008, 13:59 permalink 
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il treno delle dieci per ostiense è già quasi il treno per il mare. lo noti facilmente, sembra perfino che abbia un altro passo. è un treno semivuoto, così diverso da quelli dei pendolari in abiti educati che si pigiano uno sull'altro per riuscire a salire. niente giacchette, cravatte mal sopportate, borse coi portatili; gli infiniti toni di grigio-impiegato lasciano il posto a vestitini di lino e flip-flop colorate. occhiali da sole e spalle rotonde e abbronzate.

nella luce abbacinante, quattro ragazzine coi capelli al vento ostentano al mondo la loro libertà, il loro brillare di creme solari e sorrisi bianchissimi. salgono in treno come se fosse il loro. le braccia stese da una staffa all'altra, da una porta all'altra, occupano tutto lo spazio possibile. per i prossimi tre mesi il mondo è loro, senza se e senza ma.

il mio "permesso", da dietro al muro di gomma degli auricolari, suona involontariamente, stranamente acido.


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lunedì, 30 giugno 2008, 13:53 permalink 
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col telefono in coma profondo, salta il post delle 9.30. potrebbe prendere piede un post delle 13.50, oppure un post trascritto. oppure potrei anche solo scrivere sul mio bel quaderno del trentennale (ancora neanche iniziato) e non trascrivere niente, ritrovare ancora una volta una dimensione tattile della scrittura, fatta di nervi e di pressione e fiorita di scarabocchi e disegni, e rimanere lì. chissà. voi vi godreste un bel silenzio, quantomeno un pò più di silenzio rispetto ad ora, e non vi perdereste niente. tanto, per quello che ho da dire ultimamente, tutto il mio sgomento lo ritrovate sul tumblr - molto spesso neanche raccontato, solo indicato a bocca aperta come da una bambina di quattro anni.

tant'è. son solo ipotesi, comunque.


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domenica, 29 giugno 2008, 02:48 permalink 
* ..  kitchen sharing - la cucina open source

episodio 1: i ghiaccioli. che non ci vuole niente a farli, ma a qualcuno che li voleva e non li potrà assaggiare ho promesso di condividere il sorgente, e quindi ecco qui la ricetta dell'antidoto al caldo in casa pitzi - i ghiaccioli home made.

primo passaggio fondamentale è girare per tutta la giornata alla ricerca degli stampini e non trovarli da nessuna parte (è un fenomeno che ancora non mi spiego, quello per cui oggetti stupidissimi che hai sempre fra i piedi quando non ti servono o non li vuoi, si smaterializzano improvvisamente se decidi di acquistarli). sospettare di averli soltanto immaginati almeno fino all'ultima tappa, il negozietto di casalinghi di fronte casa. lì, trovarli solo dopo una ricca figura di merda, quando dopo averli cercati per quattro ore e non averli visti te li fai indicare e scopri che li avevi esattamente sotto il naso. comunque, risalire a casa trionfante pregustando il tuo fantastico dessert.

io, oltre alla soddisfazione di averli finalmente trovati, ho avuto la soddisfazione doppia di trovare quelli vecchi. niente conetti colorati, niente buffe forme giocattolose o plastiche antiaggrappanti per far uscire meglio il ghiacciolo: i miei sono quelli vecchi, anni '80, quelli a forma di ghiacciolo tricolore motta. quelli che aveva comprato la mamma, cioè. che io non riesco a immaginarmela, nell'atto di comprare gli stampi per i ghiaccioli, lei col suo odierno senso pratico e la sua avversione per il superfluo. all'epoca, deve aver pensato al brillare dei nostri occhi, nel decidere di prenderli, e ci ha azzeccato infatti, regalandoci anni e anni di occhi brillanti - dall'infanzia fino ad oggi.

comunque, ogni set dei gloriosi stampini anni '80 (50 centesimi, ai giorni nostri) consta di: fila da 5 stampi uniti insieme - n. 5 stecchette di plastica - fascetta di plastica a incastro per bloccare le stecchette sospese in mezzo al liquido in posizione verticale finché ghiaccia. la tecnica è riempire gli stampini, incastrare le stecche nella fascetta, incastrare la fascetta sugli stampi immergendo le stecchette nel liquido. da piccoli, noi a casa stecchette non ne avevamo più, sicuramente le avevamo perse tutte nel giro di due giorni. così mia madre, che non si perdeva d'animo, le sostituiva con i cucchiaini. i nostri ghiaccioli avevano un aspetto curiosamente ibrido, e il manico gelido e un concetto di verticalità abbastanza labile. ma erano spettacolari.

naturalmente, li potete fare con quello che meglio credete, succhi di frutta, coca cola, spremute, quello che vi pare. io ne ho fatto cinque in spirito innovativo, al succo d'arancia rossa diluito quasi al 50% con acqua, e 5 in pieno ossequio alla tradizione di casa pitzi, al latte e orzata. che ovviamente non vengono trasparenti e ghiacciolosi, ma bianchi e gelatosi. fondamentale: per questi ultimi, mischiate latte e orzata prima di versare tutto negli stampi. sembra scontato, ma mica sempre, signora mia. la mamma, sempre lei, che è una persona piuttosto approssimativa e distratta (tranne che per le cose meno apparenti, e più importanti: non l'ho mai, e poi mai, vista dimenticarsi una scadenza o andare a dormire senza chiudere il gas, mentre in compenso è stata capace di comprare il cibo per cani al posto di quello per gatti - e varie altre di questo genere), versava prima l'orzata sul fondo e poi riempiva col latte fino all'orlo. solo che l'orzata è sciropposa e non ghiaccia, e la punta si spezzava e rimaneva sul fondo. quindi voi, mi raccomando, mischiate tutto prima. per cinque stampi, riempite a 3/4 un bicchiere da 30 cl - poi, fatevi il segno della croce prima di versarlo, ché non c'è modo per non buttarne la metà nel lavandino e sul pavimento se non affidarsi al signore. oppure, va da sé, fare tutto ciò a misure equivalenti in un bricco col beccuccio. che forse è meglio.

riempiti tutti, infilateli in freezer e lasciateceli per qualche ora. per levarli, sfilate prima la fascetta tirandola verso l'alto in modo da liberare le stecchette. poi scegliete il vostro ghiacciolo e pregate il vostro signore perché vi faccia riuscire in qualche modo a sfilarlo. oppure tenetelo tra le mani per qualche secondo, oppure sotto l'acqua. che forse è meglio.

detto questo, potete iniziare. buon appetito e cercate di resistere alla calura.


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sabato, 28 giugno 2008, 14:48 permalink 
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è ufficiale: sono praticamente senza telefono. non risponde più la touchpad, se non per prendere sue personali iniziative tipo: aprire il menu senza che nessuno gliel'abbia chiesto e confermare a catena ogni prima opzione gli si presenti. tipicamente la sequenza è: menu - messaggi - scrivi nuovo - sms - [campo testo che non riempie] - conferma - invia - ricerca rubrica - [conferma primo numero in rubrica] - ehi, un momento! il messaggio è privo di testo, lo vuoi mandare comunque? - no, salva bozza. e via all'infinito, millemila bozze salvate di messaggi vuoti pronti per essere inviati al 190-estero, dove grazie a dio non arriveranno mai. la rivolta delle macchine. insomma, il risultato è che mi trovo più o meno isolata (ma tant'è, non mi cercava nessuno neanche prima, perciò...), e soprattutto preda di un sottile rodimento di culo, da soffocarsi fino a lunedì quando lo porterò in assistenza. speriamo non debba peggiorare.

nel frattempo, giornata calda. sarebbe da andare al mare, se il rapporto tra quanto è impegnativo il tragitto e quanto lo stesso mare dà soddisfazione non fosse palesemente squilibrato.

opterò per un giro da ikea. magari prendo gli stampi per i ghiaccioli e faccio i ghiaccioli all'orzata.


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venerdì, 27 giugno 2008, 03:04 permalink 
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parlando di cose materiali:

- ho scoperto quattro paia di scarpe estive che non ricordavo d'avere e che ho usato pochissimo. se solo nel mio ufficio non ci fossero cinque gradi le userei.

- il mio telefono sbrocca. spero vivamente che sia solo da aggiornare perché se sta così dopo sei mesi c'è da ritrattare tutta la fiducia nel marchio.

- scopro musica nuova. all'improvviso e senza averlo programmato. e mi piace. ho bisogno di stimoli nuovi e aria pulita.

- vorrei anche finire il libro, e iniziarne uno nuovo tra tutti quelli che ho in coda di lettura. possibilmente uno dove non ci sia nemmeno un morto ammazzato. sono un pò stomacata. (però merita, è un libro che va letto.)

- e finalmente ho sonno. deo gratias.


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venerdì, 27 giugno 2008, 01:37 permalink 
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se un giorno dovessi andare via di qui, la voce della mia strada la ricorderei come il ronzio di un frigorifero. il ronzio del motore di un enorme frigorifero, quello del supermercato qua sotto, che affaccia sul vicolo cieco le sue grate scortesi. è il suo rumore ininterrotto e perenne, quello che da tre anni accompagna le notti e le mattine di questa casa. e specialmente quando è estate, e fa caldo e non si può dormire e si tiene la finestra aperta per far passare aria e provare a respirare, è la sua cadenza regolare a sentirsi ogni momento. se ci penso, se provo a sciogliere la matassa dei ricordi, so che in ogni occasione degna di nota, in ogni tacca sulla timeline dei miei tre anni in questo posto, la colonna sonora era quella. era lì quando mi sono innamorata e quando non credevo a cosa mi era successo; era lì a ogni rientro da ogni viaggio, sottofondo sordo alle rotelle di ogni trolley riportato alla base; c'era il sabato mattina in cui carlo mi disse che aveva trovato l'anima gemella e non ero io, c'era quella manciata di volte che sono scesa giù di sotto ad incontrarlo, e la marea di quelle in cui mi sono detta che non ne valeva la pena. e c'era molti mesi dopo, in quel luglio torrido in cui per la prima volta dopo anni non mi sentivo sola, c'era mentre stavo sveglia fino a tardi a parlare con qualcuno che distava cinquecento chilometri e diceva di aver voglia di rivedermi, e anche quando si rese conto che come tutti prima d'allora aveva sbagliato, e il mattino dopo come sottofondo alle ultime pagine di quel libro, come chiodo acuminato piantato in mezzo alla fronte. c'era quella volta che quell'altro mi diede un bacio tra le spalle, sul tatuaggio, quella prima e ultima volta di tenerezze, di armi deposte per una tregua durata troppo poco. c'era con i suoi occhi liquidi e con le sue braccia lunghe, con la sua risata rumorosa. e c'era per tutte le cene con gli amichetti, per il bucato steso mille volte all'una di notte, per il fresco in balcone e per ogni volta che ho scritto un post a orari assurdi come questo. e ogni volta che sono andata a dormire da sola.

ed ecco, se mai dovessi andare via da qui e finire ad abitare da qualche altra parte sono convinta che mi mancherebbe, e tanto più che non ho mai amato i posti silenziosi, che amo l'accumularsi stratificato di mille piccoli suoni a testimoniare un fermento di vita che non cessa mai, che continua a riprodursi testardo e anarchico. di auto che passano per andare chissaddove, voci in lontananza, antifurti, cassonetti che sbattono, lamenti di gatti. e motori scalcagnati di frigoriferi industriali, che sono solo rumori di scarto ma senza saperlo non ti lasciano mai sola.


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martedì, 24 giugno 2008, 09:15 permalink 
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poi non c'è niente da dire se non che come al solito ho sonno e come al solito sono in ritardo, in ritardo rispetto all'anticipo che vorrei per non timbrare proprio alle nove e ventinove e mangiare in santa pace il mio cornetto e prendere magari perfino un caffè vero.
e il sito della mucca mi fa rendere conto che sono piena di cose da fare, piccole cose, commissioni per sentirmi più in ordine e meno allo sbando, ma non ce la faccio. non mi basta il tempo, e per tante cose a dire il vero non mi bastano neanche i soldi. e allora mi sento continuamente in svantaggio, alla rincorsa, irrimediabilmente indietro. una minardi doppiata dal buon schumi, con un telaio di cacca e il motore che gli altri montavano l'anno scorso e le gomme sbagliate. in curva in seconda causa poco grip.
o forse sarà il caldo, chissà.

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martedì, 24 giugno 2008, 02:25 permalink 
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spengo le luci un attimo prima delle due. nelle ore in cui la città parla, di là dalla finestra si esibisce nella sua sinfonia di rumori, e io non ho nessuno a cui raccontarla.
e odio non avere nessuno. e c'è la stessa aria e la stessa infinita teoria di rumori di quella sera che rientrai col cuore che mi scoppiava in petto e mi stesi di traverso sul letto, a pancia in su, a guardare il cielo fuori dalla finestra. e mi sconvolgeva il maestrale del respiro altrui, ed ero felice.

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domenica, 22 giugno 2008, 23:10 permalink 
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nel giro di una manciata d'ore ho visto i templari, otzi l'uomo dei ghiacci (in divieto di sosta) e un concerto di violino dal suono tzigano-bulgaro-ebraico. e il popolo indie ballare nel cortile degli uffici dell'anagrafe. e ho mancato di poco giocolieri, mangiafuoco e artisti di strada, accuratamente evitati solo perché riferitici come "manifestazione di punkabbestia che rivendicano non si sa che".
ho preso molto caldo e molto sole, inaugurato le ciabatte coi fiori sugli alluci, perfino rimediato una mezza giornata al mare - l'ennesimo dei mari dove non laverei nemmeno i tappeti del corridoio, ma tant'è: ho la pelle rossa di sole, e odoro di doposole.
e di vacanze.
weekend ricco, insomma, ecco.

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venerdì, 20 giugno 2008, 19:50 permalink 
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nella valigia non so neanche bene cosa c'è - sarà una valigia a sorpresa. so solo che è tutto messo alla rinfusa, e che ce l'ho appresso. e ho sotto il culo un sedile di treno, e ho una destinazione, e un sacchetto con una bottiglia d'acqua fresca e uno smoothie. e ho sonno, gli occhi che si chiudono, e voglia di due giorni senza pensare. ci risentiamo tra due giorni. o forse nel mentre, chi lo sa. voi, fate da bravi.

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venerdì, 20 giugno 2008, 09:10 permalink 
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per esempio, stamattina la cosa da fare - la cosa *giusta* da fare - sarebbe prendere un altro treno e andare al mare. a guardare la linea dell'orizzonte stagliarsi netta senza impicci di mezzo. a prendere caldo, sole sulla schiena e sul collo e sulla nuca. ad ascoltar parlare il suono delle onde, e la brezza, che hanno sempre più ragione di qualunque voce umana. il resto, come dice il grande saggio, al novanta per cento è ATP sprecato. fatica inutile di interagire, di spiegarsi, di trovare compromessi con specie diverse dalla tua.
stamattina in metro c'è una ragazza vestita esattamente come vorrei essere vestita io. se solo. se...?

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giovedì, 19 giugno 2008, 09:20 permalink 
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[sogno] vado a trovare lucy. che [realtà] non vedo da anni. [sogno] la vado a trovare nella sua vecchia casa di san giovanni, dove è rimasta a vivere con un'amica che non conosco, un pastore maremmano gigantesco e un gatto simile a gnappo - e una serpe verde, abitante abusiva. mi accompagna una figura maschile che è [realtà] una specie di via di mezzo tra iaco e gully - non so poi in cosa uno e in cosa l'altro - e che [sogno] si prende cura della casa. è serissimo. mentre parliamo rimette in ordine, annaffia le piante. lucy dorme. mi affaccio a un balcone che [realtà] non è mai esistito, [sogno] da un piano altissimo vedo di sotto un enorme giardino verde. palme, siepi, laghetti artificiali. e nessun essere vivente.
mentre guardo sotto lei si sveglia. è confusa, non capisce neanche che sono lì. la sua parlata marchigiana di una volta, [realtà] un tempo veloce e incalzante, [sogno] si è insabbiata e fatta lenta. parla con la voce impastata di chi ha preso troppi tranquillanti. esce di casa dicendo di andare a far la spesa, e chiedendo se a uno di noi due serve qualcosa. ma talmente assente da andar via senza aspettare una risposta.
mi rabbuio. mi rivolgo al ragazzo e gli dico che si sente, in quella casa, l'aria di chi ha combattuto una guerra.
[realtà] le sette. sveglia.

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mercoledì, 18 giugno 2008, 19:50 permalink 
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ritorno alla vita dopo due giorni di raffreddore e clausura. che mi sento ancora le gambe pesanti e la gola chiusa e tossisco stizzosa, aria condizionata maledetta. torno alla vita con una colazione al bar, con gli occhi avidi di luce, con i sensi all'erta. carpisco stimoli tutt'intorno, assorbo e incamero e non riesco a dar loro un ordine che sia utile per poi poterli esporre.
*according to no plan*, mi riempio la vita di piccole cose. l'ora (e mezzo) di ginnastica ogni due giorni, tener fermi o muovere di volta in volta i muscoli (secondo me) giusti, le pagine di gomorra che scorrono lente, i film, il pranzo per l'indomani. due uscite a settimana, e il sole di sabato pomeriggio.
e le domande che mi ronzano in testa.
una sorella vegana (no, non di quelli dei mostri lanciati da vega) ti fa venire da riflettere. e anche se la mia risposta è sempre la stessa, ad alcune cose faccio più caso. soppeso tutto in continuazione. rimetto continuamente in ordine d'importanza i miei sforzi e le mie priorità.
e poi, non so perché, mi viene continuamente da pensare a tutte le cose che un vegetariano non può mangiare, e alle innumerevoli che non può mangiare un vegano. e mi appaiono come una serie di mancati momenti di condivisione. di quelli basici, istintivi, emotivi. mi viene da pensare a tutte le cose che io e mia sorella non mangeremo più insieme, ecco. ma poi non so; in fondo forse è come per chi non fuma, si tratta di ridisegnare le modalità sociali; e in fondo sono orgogliosa della forza delle sue scelte, e di vederla leggere, informarsi, valutare, aprirsi. trovare il suo modo. e sorridere.
nell'ondata riorganizzativa, fra l'altro, siamo andate da lush. ho finito la tessera, mi sono regalata contorno occhi e crema per il viso. che è la stessa che portavo l'estate di londra, che *profuma di londra*. sull'onda del ricordo che torna, ho preso una marea di frutta e ho fatto lo smoothie. che altro non è che un frullato senza latte. una cosa un pò vegana, cioè. tutto si incastra e rifluisce. *according to no plan*.

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lunedì, 16 giugno 2008, 01:32 permalink 
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pulisco, pulisco tutto, tiro a lucido casa. e poi cucino e poi lavo anche me, capelli, scrub sulla pelle di tutto il corpo, maschera sul viso per sentirmi liscia, per sentirmi bella e in ordine. in ordine. tutto in ordine dentro e fuori. poi al momento di andare a dormire non voglio farlo, perché non è tutto in ordine, non lo è davvero: e mi angoscia l'assenza di sogni, mi angoscia il vuoto della mia casa, il vuoto del mio cuore, il vuoto della mia vita.
le voci di altre persone, da tempi passati e sepolti, dimenticati nei loro aspetti felici ma ancora più che vivi in tutte le ferite che hanno lasciato, mi si avvinghiano al collo e stringono. mi riempiono gli occhi di lacrime mentre suonano strane, stridule, dissonanti.
e più passano i giorni e più quest'estate non vale un cazzo. senza sole, senza caldo, senza belle speranze e pensieri dolci.
e più passano i giorni e più, io, come essere felice non riesco a ricordarmelo.

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domenica, 15 giugno 2008, 04:26 permalink 
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ok. le quattro. ho sonno, ho freddo e ho le gambe incordate. e anche il collo. ché l'umido mi fa malissimo, a me, solo che me ne dimentico sempre.
le quattro, e non capisco perché non me ne sono andata a letto anziché incantarmi a leggere cose inutili. polemiche di blogosfera. cose che, voglio dire, ma sai a me.
e poi a quest'ora mi viene da scrivere tutto lo scrivibile. tutte le cose viste in questi ultimi giorni. tutte le verità rivelate che mi sento di condividere col mondo - e ne avrei pronto un bel quasi-decalogo, di stampo critico-modaiolo.
e però no, dai, meglio di no, ché domani ho messo la sveglia alle dieci. ché devo pulire la cucina e i corridoi, e pedalare, e lavarmi i capelli; e poi domani faccio le polpette. (eh sì, sono una donna da sposare, io. peccato non ci sia nessuno ad accorgersene.)

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venerdì, 13 giugno 2008, 11:15 permalink 
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sarei anche già quasi soddisfatta così, stamattina. con un risveglio lento, una doccia veloce e un'occhiata a giornali e blog aspettando l'omino dei contatori. e un cornetto al cioccolato bianco sulla strada per le mie commissioni burocratiche.
figuriamoci poi se per disgrazia dovessi anche riuscire a fare quello che mi ero prefissa di fare. se per puro caso, in circoscrizione non avessero già finito di dare i numerini per presentarsi al cospetto delle custodi della sacra procedura. siamo a residenza capitolo 4 o 5 ormai, ho perso anche il conto. le volte precedenti hanno vinto loro. incrociate le dita per me.

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venerdì, 13 giugno 2008, 01:25 permalink 
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la buona notizia è che quando esco, mi bevo una cosa e parlo con la gente (e più ancora se è *la mia* gente) la realtà mi sembra sorridermi di nuovo anziché ghignare. il mondo là fuori è brutto e cattivo ma almeno sono certa che è quello che devo affrontare, e che la realtà falsata non è la mia.
l'altra buona notizia è che su alcuni autobus (es. il 170) e plausibilmente anche su alcune corse del treno per fiumicino aeroporto (quello che fa tutte le fermate, non quello da termini, ché quello è per gente ricca) distribuiscono numeri gratuiti di liberazione. che, almeno per me, è sempre meglio dei soliti metro e city (per non parlare di leggo, per carità).
forse c'è speranza anche per la free press.
chissà.

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